venerdì 16 settembre 2011

Italia senza orecchie

Ho affisso sulla mia bacheca personale (una bacheca vera, appesa con un vero chiodo al vero muro di fronte alla mia vera scrivania) l'articolo di Quirino Principe pubblicato sul Domenicale del Sole 24 ore di domenica scorsa. Il titolo, significativo e tristemente evocativo, è Quest'Italia non ha più orecchio; il contenuto è una requisitoria appassionata e circostanziata su ciò che stiamo lentamente e inesorabilmente perdendo, la nostra tradizione musicale ovvero una consistente parte delle nostre radici storiche. Tanto per ricordarmi il senso e il fine del mio lavoro di musicologa, paziente restauratrice di un mosaico che perde tessere, in corsa contro il tempo perchè il disegno resti visibile.

giovedì 27 gennaio 2011

All'opera

Bolcom, A view from the bridge, ultima rappresentazione romana. Vado da sola portando due pre-giudizi contrastanti: quello di un'amica americana che adora quest'opera e quello di un collega critico che l'ha giudicata deboluccia.
A me è piaciuta. Devo dire che ho trascorso le oltre due ore nella poltroncina rossa del Costanzi senza chiedermi quando sarebbe finita e godendomi le scenografie e lo svolgersi del dramma, ambientato nella comunità italiana di Brooklyn, negli anni Cinquanta o giù di lì.
Forse della musica non ti rimane molto, se non quell'incombere degli ostinati al basso, quel mood cupo e angoscioso.
I pensieri correvano in libertà. Perchè quell'America degli anni Cinquanta, in cui immigrati italiani sfidavano la clandestinità per mandare a casa i soldi che avrebbero permesso alle famiglie di sopravvivere, è l'Italia di oggi. La vita che Bolcom ha messo in musica, raccontata da Miller, scorre sotto i nostri occhi, se solo sappiamo vederla spingendo lo sguardo poco oltre la superficie.

lunedì 24 gennaio 2011

Dopo lunga assenza...

Dopo lunga assenza torno alle note su questo blog. L'impresa che mi ero proposta lo scorso anno (completare l'ascolto di tutti Gli immortali pestelliani) non è stata compiuta ma il gioco mi ha regalato comunque tanta bella musica e tanti buoni pensieri.
Quest'anno le regole cambiano. Non più record da raggiungere ma post sulla musica che ascolto, che penso, su cui rifletto, in cui mi imbatto. Con molte note a margine...

Domenica pomeriggio. Torno dopo anni in uno dei luoghi che è stato il contenitore della musica per eccellenza a Roma. Ero curiosa di vedere come fosse diventato e ho tentato la sorte nonostante il programma fosse rischioso: Bach e Haendel, il repertorio più classico e più ascoltato dalle mani dei maestri sommi, quello che si suona se si è dei geni o dei pazzi. Non erano dei geni.
La platea era gremita e il pubblico, che si sciroppava qulla zuppa, era suppongo lo stesso di dieci anni fa. Solo con dieci anni di più. Nel controluce della sala, dal mio posto sul mezzanino vedevo solo fragili capigliature candide o teneramente tinte, cotonate e morbide, sistemate con cura per il concerto della domenica. Chissà quante di quelle teste avevano ancora orecchie valide...
L'immagine dell'abitudine, della vita che scorre sempre uguale a se stessa. I concerti belli adesso li fanno da un'altra parte ma loro continuano ad andare lì, come un tram sul suo binario, come il pendolo che batte le ore, come il vecchio cane che fa la sua passeggiata. Come l'Italia, che non si ribella, non si indigna, non si scuote e non si alza in piedi.
Sono andata via prima della fine.

mercoledì 5 maggio 2010

Fryderyk Chopin,
Ballate, Fantasia op.49, Barcarola op.60
214/53

Oggi ho un po' di tempo libero e mi dedico ad una puntata di immortali cumulativa, tutta chopiniana. L'occasione è ottima per provare due regali: lo stereo nuovo e il recentissimo cofanetto con l'opera omnia chopiniana di Deutsche Grammophone, entrambi provenienti dalla stessa persona...

Quanto la musica di Chopin sia calata nella sua epoca è evidente anche all'ascoltatore più sprovveduto o distratto: cominciano ad apparire crinoline e divani di velluto alle prime note e, mano a mano che la composizione si svolge, di volta in volta appariranno agli occhi della nostra mente teatri con sipari di broccato, ventagli e decolleté ingioiellati, bastoni da passeggio e guanti bianchi che sistemano pince-nez. Eppure... Eppure Chopin, da vero classico qual è, non ci stanca mai, continua a dirci qualcosa di estremamente attuale, va al cuore dei nostri pensieri e sentimenti e prepotentemente si impone all'ascolto. Con un virtuosismo che non è esibizione, con una magnificenza di suono che non è compiacimento, con un sistema di temi e motivi che non è mai retorica.

E allora ascoltiamole queste Ballate e questa Fantasia, dalle mani e dalla mente di Zimerman, mentre per la Barcarola sarà Pollini a condurre il gioco.

lunedì 3 maggio 2010

Ludwig van Beethoven,
Concerto n.5 «Imperatore»
214/52

Accendendo la radio, come mi accade abbastanza spesso mentre preparo la cena, Radio 3 mi ha richiamato ai miei doveri di blogger, a dire il vero parecchio trascurati negli ultimi tempi. La Filarmonica della Scala in diretta da Milano, Robert Levin al pianoforte e sul podio Semyon Bychkov hanno appena finito di eseguire l'Imperatore di Beethoven. Guido Zaccagnini dialoga con l'inviata che commenta dalla Scala, Gaia Varon, e amabilmente leggono gli sms degli ascoltatori. Non si è fatta parola dello sciopero che ha coinvolto tutte le maggiori istituzioni italiane, all'indomani della firma di Napolitano al decreto che taglia definitivamente e ulteriormente i già esigui contributi alla vita musicale del nostro paese.

Levin si produce nel suo bis (che sarà mai? sembra un brano dello stesso periodo del concerto ma non saprei dire cosa...ecco, dicono che è l'ultima Bagattella, n.7 op.33) e il pubblico applaude, ovviamente. Ogni tanto le frequenze di Radio 3 - una radio nazionale, per cui tutti noi dovremmo pagare il canone - vengono invase da quelle di una radio locale, dalla quale escono trucidi commenti calcistici con forte accento romanesco. Mi è sempre sembrata estremamente metaforica questa triste circostanza, che subisco ormai da parecchi mesi: la cultura spenta dal calcio, che invade e pervade ogni cosa. Vabbè. O tempora, o mores...

Mi convinco sempre di più che la sordità di Beethoven sia stata la terribile "marcia in più" che gli ha permesso di scrivere brani di musica assolutamente visionari e rivoluzionari. Dice Pestelli che Beethoven ha rappresentato attraverso i suoni le incredibili rivoluzioni storiche che ha vissuto: illuminismo, rivoluzione francese, impero napoleonico, restaurazione, rivoluzione industriale, ascesa della borghesia. Non si può che concordare. Mi piace ricordare anche questa immagine del nostro critico, relativa al rapporto Beethoven/pianoforte: "il Quinto concerto contempla tutto da un punto di vista superiore, dove i soggetti e i drammi, anche veementi, vengono storicizzati e relativizzati dalla presenza del pianoforte; si direbbe che Beethoven sollevi grandi masse sonore solo per intimizzarle e familiarizzarle; il pianoforte è Beethoven come individuo, ancora capace di confrontarsi con la massa senza soccomberle."

domenica 18 aprile 2010

Franz Liszt,
Consolations 214/51

Proseguiamo con un altro ascolto lisztiano. Non si tratta qui dei brani funambolici, da virtuoso quasi disumano cui Liszt ci ha abituato ma dei brani, meno frequenti nel suo catalogo (e proprio per questo forse da ascoltare con più attenzione!), che esplorano i sentimenti più intimi e nascosti dell'animo umano, quelli che più piaceranno ai futuri Debussy e Ravel.

Pestelli ha bellissime parole per Liszt, parole d'affetto e riconoscenza per questa figura di musicista e di uomo grande: "non lasciò nessuno senza aiuto, sostegno o incitamento (Wagner stesso riconobbe il debito)". Anche se gli amici musicisti da lui beneficati, Wagner appunto e Berlioz come pure Schumann, non furono altrettanto attenti estimatori della sua musica. Ed ebbero torto. Forse perchè, come dice anche Pestelli, egli più che un romantico fu "un decadente anzi tempo" e dunque gli altri romantici non lo capirono.

Ognuno dei suoi brani rivela una profonda conoscenza letteraria ed è intessuto di riferimenti a letture di classici e di contemporanei, con una puntualità e un'intelligenza rare. Comprese queste Consolations, che traggono origine dalle omonime poesie di Saint-Beuve, pubblicate nel 1830, circa 20 anni prima.

martedì 13 aprile 2010

Franz Liszt,
Sonata in si min. 214/50

Per il cinquantesimo capolavoro (sono in super-ritardo sulla tabella di marcia, ma confido in recuperi futuri) mi sono concessa un brano che conosco bene e che fa le scintille anche se lo ascolti distrattamente. La sonata in si minore di Liszt è uno dei capolavori del pianismo di tutti i tempi e ti prende alla gola mettendoti all'angolo senza scampo, specialmente se sei di umore sentimentale.

Nell'amarcord della mia memoria è legata ad un goffo ma geniale pianista, collega del primo anno di università; me la fece conoscere con una mitica audiocassetta (ma ve le ricordate le cassette doppiate nel registratore? che tempi...), passatami furtivamente durante una lezione di Storia della Musica. Sul mio registratore portatile - che effettivamente trasportavo in continuazione dalla mia camera alla cucina comune dell'appartamento che condividevo con altre due studentesse - quel nastro si deve essere letteralmente consumato rinnovando ogni volta il suo miracolo. L'incisione che sto ascoltando adesso è di Claudio Arrau (ho derogato dal Pollini consigliato da Pestelli, unicamente perchè la sua versione l'ho ascoltata dal vivo, in un mitico concerto alla Chigiana, tutto dedicato a sonate titaniche) e forse anche allora era quella. Chissà...

Chissà perchè ma in quel periodo mi identificai tanto in questa sonata: sarà stata l'età, la pensosità di certi momenti alternati alla tragica passionalità di altri, l'energia straripante arrestata a tratti in radure di tranquillità. Ad ogni modo penso sia difficile trovare qualcuno a cui non piaccia questa musica eccetto quel Hanslick citato da Pestelli, che aspettandosi una sonata alla Mozart o tutt'al più alla Beethoven, si era ritrovato in questo magma di note, inconscio puro prima che Freud ci mettesse le mani. Lo si può capire, l'effetto era destabilizzante. Fin troppo.

domenica 4 aprile 2010

Felix Mendelssohn Bartholdy,
Sinfonia Italiana n.4 op.90
214/49

L'immortale di oggi ha deciso di venire fuori dalla radio della macchina, mentre cercavamo di uscire da Roma iniziando un lungo viaggio verso il sud. Andando a passo d'uomo, l'Italiana era quello che ci voleva per tirare un po' su il morale e darci un'illusione di movimento. Ho scoperto che conosco questa sinfonia alla perfezione anche se non ricordo di averla ascoltata ripetutamente in una qualche stagione della vita come tanti altri brani e non so nemmeno se è contenuta nella discoteca di casa. Di fatto l'Italiana è un brano spesso trasmesso alla radio e eseguito nelle sale da concerto e contiene dei temi così cantabili e "facili" da rimanere impressi a lungo nella nostra memoria. Insomma, l'ho cantata dall'inizio alla fine.

L'incisione trasmessa era storica, l'orchestra della RAI di Torino diretta alla fine degli anni Settanta da un direttore che non conoscevo. Giusta nei tempi e nello spirito, godibile e assolutamente chiara nell'interpretazione. Riflettevo ascoltandola e cantandola su quanto complessa sia la scrittura orchestrale sinfonica rispetto alla musica scritta per il teatro d'opera, che ascolto così spesso per lavoro. Il gioco delle parti è simmetrico e ben delineato senza essere mai scontato; Mendelssohn riesce sempre ad infilare una modulazione, una sospensione, un colpo di timone che inattesamente vira verso altri lidi e i temi, in sostanza ripetuti mille e mille volte, restano sempre freschi e piacevolmente ricorrenti come onde marine.

Certo, cosa ci sia di "italiano" in questa sinfonia solo Mendelssohn lo sa. Pare che gli spunti di questo brano, poi rielaborati ovviamente, risalgano davvero ad un viaggio in Italia. Al di là di un vivace ritmo di salterello dell'ultimo movimento io non ci trovo molto. Ad ogni modo che questo capolavoro si chiami "italiana" non ci dispiace davvero...

domenica 21 marzo 2010

Anton Bruckner,
Sinfonia n.7, 214/48

L'immortale di oggi è uscito sua sponte dalla radio: un concerto in replica dell'Orchestra della RAI del giugno 2007, Juanjo Mena direttore. Avendo acceso a pezzo iniziato (da poco, per fortuna) non ho individuato subito l'autore ma sono stata colpita immediatamente da questo senso di solennità malinconica di cui parla Pestelli, una musica "lenta e ruminatrice" che in effetti mi ha accompagnato pazientemente lungo varie incombenze mattutine, in questa domenica di primissima primavera. E' una musica riassuntiva, questa settima sinfonia, in cui si trovano le ombre di un mondo che fu e le inquietudini di un mondo che nasce. Al 1883, anno di composizione, l'impero austroungarico è ancora forte e potente sullo scenario europeo; come credere che durerà ancora solo trenta anni, spazzato via dalla prima guerra mondiale? Alcune profonde crepe iniziano ad aprirsi nella società, il mondo "altro" preme ai confini di quello conosciuto (è l'epoca dell'affermarsi delle grandi conquiste coloniali, con tutto l'esotismo di ritorno che giunge in Europa), le idee nuove dei socialisti scuotono alle fondamenta la storia e il pensiero.

Non so quanto di tutto questo realmente cogliesse Anton Bruckner, con il suo carattere schivo, la biografia segnata dai continui lutti familiari e dall'ostilità dei colleghi. Questa pensosità, gravida di conseguenze e di sentimenti, si sposa però incredibilmente bene col grigio denso del cielo di fine marzo, oltre il quale attende di esplodere la primavera.

venerdì 19 marzo 2010

Johann Sebastian Bach,
Jesu meine Freude BWV 227
214/47

Non potrebbe essere più adatto l'ascolto di oggi alle mie ricorrenze personali. Oggi, infatti, si intreccia una festa pubblica con una ricorrenza privata e questo è uno dei 6 mottetti funebri che Bach scrisse tra il 1723 e il 1734. Pestelli, con la consueta acutezza, elabora questa calzante immagine per l'immortale odierno: "Davvero Bach tratta la polifonia come i grandi scultori la pietra più dura, piegandola a qualunque sfumatura del pensiero e del sentimento: così l'antitesi drammatica di carne e di spirito si rappresenta in una sintesi suprema di maestria e umanità."

Poche musiche sanno essere consolatorie come quelle bachiane. Nell'universo di questo compositore tutto il caos è ridotto a cosmo, compatto, consequenziale, coerente. Forse perchè nella sua musica, e tanto più in quella sacra, il pensiero di Dio non è mera idea ma vita vissuta, forza e confidenza. Nel cosmo esiste un dolore che non è smarrimento, una sofferenza che tende ad un fine e perciò può essere sopportata. Lo dicevamo a proposito della Johannes-Passion, lo ripetiamo adesso.

Porterò con me questa musica durante la giornata, che mi vedrà in giro tra due città, nel traffico affollato di turisti, impegnata in incontri e scambi. Ma una parte di me, sono sicura, rimarrà nella cattedrale gotica dove Gli Angeli Genève continuano ad eseguire per me questo mottetto.

P.S. a proposito, questo è il testo:http://www.bach-cantatas.com

giovedì 18 marzo 2010

Hector Berlioz,
Les Nuits d'été
214/46

Forunata coincidenza l'immortale di oggi: sto lavorando ad altro di Berlioz e mi gusto anche queste Nuits d'été, così vive e coinvolgenti. Berlioz è un genio di cui si comprende ancor di più dal confronto con i suoi tempi. Moderno, modernissimo, troppo moderno per non essere guardato con sospetto, per non avere successi solo parziali, innegabili ma anche scomodi.

Figlio di un medico che nella buona educazione borghese impartita al figlio aveva messo anche la musica, Berlioz scoprì che la sua era una vocazione travolgente a Parigi, dove si era trasferito per studiare medicina. E qui comincia a fare il "figlio pazzo": spende il mensile del padre per pagare i musicisti che possano eseguire i suoi lavori faraonici e puntualmente stroncati, contrae debiti che poi dovranno essere rifondati dallo sconcertato genitore, arranca in camere bohemienne facendo lavoretti per mantenersi, prova e riprova il Prix de Rome, si innamora perdutamente di attrici di teatro, viene lasciato da fidanzate realistiche e poco disposte ad aspettare i suoi chimerici tempi di matrimonio. Insomma, una vita vissuta intensamente in cui la passione per la musica si alimenta a quella per la letteratura, musa concreta di molte composizioni. Come questa che sto ascoltando: un insieme di sei Lieder per voce e orchestra su testi di Théophile Gautier, prima stesura per voce e pianoforte 1855.

Ascoltando Berlioz si pensa già a Baudelaire, più giovane di 18 anni: quella sensualità profonda che scorre come un fiume sotterraneo e silenziosa scava caverne fantastiche nel nostro inconscio, tirando fuori i sentimenti più forti e riposti. L'orchestrazione, come riconoscono tutti, è il punto di forza di qusto compositore: inconsueta, spiazzante, gigantesca. (E proprio questo gigantismo fu il tallone d'Achille del nostro ai suoi tempi: dove trovare quelle masse orchestrali e corali che potessero eseguire le opere di uno sconosciuto?)

E forse il miglior commento a questi brani sono proprio alcuni famosissimi versi del poeta francese, tratti da Profumo esotico. Siamo nel 1857, appena due anni dopo le nostre musiche. Eccoli:

Guidato dal tuo profumo verso climi che incantano,
vedo un porto pieno d'alberi e di vele ancora
affaticati dall'onda marina,

mentre il profumo dei verdi tamarindi che circola
nell'aria e mi gonfia le narici, si mescola nella mia
anima al canto dei marinai.

martedì 16 marzo 2010

Ludwig van Beethoven,
Trio op.97 Arciduca
214/45

"Vetta suprema nella musica da camera di ogni tempo." Così Pestelli su qusto trio beethoveniano: secco ed esaustivo, senza possibilità di repliche o ripensamenti. E siamo d'accordo anche noi.

1811 la data di composizione; Beethoven che è l'insegnante di musica dell'Arciduca Rodolfo d'Austria ha qualche giorno di tempo libero perchè il suo pupillo ha male ad un dito. Per fortuna, commenta Pestelli, visto che ci ha fruttato tale capolavoro! Ogni volta che ascolto Beethoven mi stupisco della sua modernità e lo confronto mentalmente con quanto si ascoltava nei teatri d'opera a quei tempi ma anche nelle sale da concerto. Insomma si usciva dal Settecento con le sue neoclassiche rigidità e prevedibili armonie (non parlo ovviamente di Mozart, che era considerato infatti da molti un eccentrico), soprattutto nella musica da camera che era destinata ad un consumo familiare, borghese e aristocratico non si voleva essere sconvolti da troppe novità. Eppure Beethoven riesce a mettercele, facendole passare, per così dire, dolcemente sottobanco. E così la musica che ascoltiamo piacque alle orecchie di allora ma anche alle nostre di adesso, sollevandoci in quei territori dell'assoluto che a volte ci sconvolgono con violenza ma a volte ci accompagnano con una carezza.

Pëtr Ilič Čajkovskij,
Lo Schiaccianoci
214/44



Dice Pestelli che il miracolo dello Schiaccianoci è "la capacità di guardare le cose, i soldatini, le fate, le danze arabe, il coriandolio del valzer dei fiori, con l'affetto dell'adulto che rinasce nell'animo del fanciullo, nella gemmea curiosità del suo sguardo." Io ne ho fatto la prova domenica scorsa. Mi trovavo a San Pietroburgo e non ho potuto resistere alla tentazione di prenotare un ottimo posto al Teatro Mariinsky, per guardarmi il balletto dal vero e tornare bambina anche io. Che meraviglia la danza dei fiocchi di neve, la regina delle api, la donna serpente che che balla la danza araba, i topolini del primo atto e la grande scena d'insieme finale! Scenografie da sogno e costumi sontuosi, che fanno volare anche le nostre fantasie televisive, ormai addormentate da decenni di lustrini ed effetti speciali posticci.

Se dovessi fare una vera recensione non potrei tacere delle incertezze ritmiche permesse all'orchestra dal direttore Mikhail Agrest, che avranno fatto tirar più di un interiore improperio ai ballerini che agivano sulla scena; e non potrei tacere dell'attacco sottotono del primo atto, quasi che il grammofono avesse bisogno di un giro di manovella in più. Ma per fortuna questo è il mio blog e posso essere anche faziosamente insincera e dire solo quanto tutto lo spettacolo sia stato allegro e sognante, ricco di bellezza e di grazia, di spiritosa fantasia. Che leggerezza sorridente quella di Yelizaveta Cheprasova, prima ballerina interprete di Masha in duo con Anton Korsakov, il Principe schiaccianoci! E che meraviglia le scene coloratissime di Mihail Chemiakin: valevano da sole il prezzo (esorbitante) del biglietto.

Il teatro era pieno, pochissimi turisti stranieri ma forse molti turisti russi; in marzo fa effettivamente troppo freddo per avventurarsi a quelle latitudini se non vi si è perlomeno nati. Ad ogni modo noi siamo sopravvissuti e tornati nella dolce primavera romana sani e salvi. E con un balletto in più negli occhi e nel cuore.

giovedì 4 marzo 2010

Johannes Brahms,
Sinfonia n.2 op.73
214/43

Pestelli dice che questa Seconda di Brahms è "quasi un'antisinfonia" tanto manca la retorica epica con cui ci immaginiamo paludato ogni brano che vada sotto questo titolo. E proprio musica immortale ma senza retorica ho bisogno di ascoltare oggi, un giovedì in cui la primavera incipiente si annuncia sotto forma di temporale scrosciante ma tranquillo, tributo liquido al rinascere della natura. Un che di liquido lo ha anche questa Sinfonia, in cui i fiati sono così significativi e pieni di personalità. Riporta, sempre il nostro Pestelli, un aneddoto che si attaglia bene al mio umore di oggi: al maestro di cappella tedesco che gli chiedeva il perchè del "cupo scintillamento di tromboni e timpani nelle zone profonde della partitura" poco dopo l'inizio, Brahms ricordò che anche nei quadri più luminosi c'è sempre una macchia scura che li fa risaltare ancora di più e che questo rispecchiava anche il suo carattere, profondamente malinconico, come se un frullo di ali nere risuonasse spesso sopra la sua serafica serenità.

Ascolto la versione di Karajan con i Berliner, acquistata qualche tempo fa. Sulla copertina del CD un ritratto fotografico di Karajan, già anziano con le sue belle rughe espressive, la chioma bianca e le maniche di una maglia rossa vezzosamente girate intorno al collo della camicia bianca. Un grande vecchio, non c'è che dire. Penso ai grandi vecchi di oggi: Abbado, Pollini. Ogni loro concerto è un regalo da scartare con gioia.

sabato 27 febbraio 2010

Ludwig van Beethoven,
Sinfonia n.3 op.55 Eroica
214/42

Ascolto super-classico oggi con questa Terza che viene giù dalla bacchetta di Toscanini. E' quello che ci vuole in questo sabato di primavera anticipata, sole smagliante e cielo di Roma azzurro fosforescente che sfoggia il vestito buono. Pestelli parla dell'Eroica come della "pietra angolare di tutto il sinfonismo moderno, monumento perenne all'attività e all'energia umana." E ha ragione, definitivamente. Già dall'esordio, quegli scoppi di accordi che ti mettono sull'attenti, si capisce che Beethoven fa sul serio, se mai avessimo avuto qualche dubbio.

E' noto come questa sinfonia, scritta tra il 1802 e il 1804, fosse dedicata a Napoleone, il grande uomo che sconvolgeva l'Europa e i suoi stanchi regnanti, creando un ordine nuovo. Di lì a poco tutto sarebbe crollato come un castello di carte e ne ebbe sentore di marcio anche Beethoven, già nel dicembre del 1804, quando Napoleone si farà incoronare imperatore. Disgustato, decise di intitolare la Sinfonia "al sovvenire d'un grand'uomo" senza più menzionarlo. Napoleone non deluse solo Beethoven ma anche il nostro Foscolo che dopo Campoformio, anno 1797, si era accorto di che pasta fosse la libertà portata dal Generale: merce di scambio con il più forte, l'Austria in quel caso. Possiamo immaginare la loro delusione, simile a quella di tanti che sperano nei grandi uomini, gli uomini del "fare", gli uomini che salvano e risolvono, per poi ritrovarsi nelle mani di dittatorelli che fanno soprattutto ciò che a loro fa comodo, a danno - occorre dirlo? - di chi in loro aveva scioccamente riposto fiducia. Tant'è e la storia, che ormai non studia più nessuno, pare non insegnare veamente niente agli uomini...

Ad ogni modo, Napoleone o no, questa Sinfonia è proprio bella e noi ce la godiamo con i suoi temi travolgenti, i suoi squilli di trombe, la Marcia funebre e tutto il resto.

venerdì 26 febbraio 2010

Felix Mendelssohn-Bertholdy,
Overture Le Ebridi o La Grotta di Fingal
214/41

La Scozia è un gran bel posto. Ricordo con gran piacere un viaggio nel settembre del 2007, i prati verdissimi e i cieli cangianti, l'odore di salsedine dell'oceano che arriva ai castelli sulla costa, questo senso di vastità accogliente, le cittadine ordinate, le case piene di fiori nei giardinetti davanti all'ingresso, Edimburgo e il panorama che se ne gode dalla fortezza, un mare di tetti con il fiume che è già oceano sullo sfondo. Non mi sono spinta così a nord come fece il giovane Mendelssohn, a visitare la grotta di Fingal, da cui maturò poi l'idea di questa meravigliosa overture da concerto, che fluisce rapida e piena di sentimento per poco più di dieci minuti. Un vero e proprio ritratto musicale che risponde molto anche al ricordo che ho anche io di quelle terre.

Ascolto un CD che avevo in casa, la London Simphony Orchestra diretta da Gabriel Chmura, un'incisione del 1977, fresca e viva. Sembra davvero di sentire il mare che palpita e l'aria salsa che ti investe a raffiche. Bella anche la conclusione, seza inutili strepiti, semplice, come un'onda che si allontana portata dalla marea.

mercoledì 24 febbraio 2010

Fryderyk Chopin,
24 Preludi op. 28, Ballata n. 1 op. 23,
2 Notturni op. 27, 8 Studi dall'op. 25
214/37-40

Concerto di immortali questa sera all'Auditorio, per un solista d'eccezione, Maurizio Pollini. Devo dire che sono una habitué dei suoi concerti e almeno un paio di volte all'anno lo vado ad ascoltare, principalmente a Roma e a Siena. Stasera ci delizierà con un programma interamente chopiniano: e chi meglio di lui può permetterselo in questo anno del bicentenario?

Tutte queste musiche sono piene di ricordi: la lunga frequentazione con i Preludi e con gli Studi negli anni del Conservatorio, i Notturni, due dei quali portati al Diploma e poi lungamete ascoltati e studiati anche dopo, le Ballate mai affrontate ma sempre ascoltate con ammirazione. Chopin è nel cuore dei pianisti l'essenza stessa del proprio strumento e non si finisce mai di scoprirlo e di interpretarlo. Lo si ritrova dopo ogni viaggio verso altri lidi sonori, lo si consulta come un diuturno breviario, lo si affronta come una scalata alpina, fatica e gioia immensa.


Eccomi, tornata dal concerto. Eccellente come al solito, sala gremita (anche se devo dire che il pubblico di Santa Cecilia è il più malaticcio che abbia mai incontrato, colpi di tosse in continuazione, ma se siete così malati state a casa e curatevi!) e un presenza d'eccellenza, il Presidente Napolitano, che ha ascoltato tutto il concerto compresi i tre bis (tutti rigorosamente chopiniani: la "Caduta di Varsavia", una mazurca e uno scherzo) accanto a Cagli in brodo di giuggiole. Durante l'intervallo sono andata a salutarlo e stringendogli a lungo la mano gli ho detto quanto fossi contenta di vederlo lì, visto che è una delle poche personalità istituzionali che partecipano ad eventi culturali. Ridendo mi ha risposto: "Sa, sono 60 anni che partecipo..." Altro che i festini con massaggiatrici con cui si divagano altri personaggi...

martedì 23 febbraio 2010

Richard Wagner,
L'olandese volante 214/36

Primo ascolto wagneriano tra gli immortali. Pestelli dice che per conoscere Wagner è bene cominciare da qui; di certo l'overture di questa opera è affascinante e ti porta via come una folata di vento, verso orizzonti aperti e terribili.

La versione che avevo in casa è un'incisione storica del 1944, Clemens Krauss alla testa della Bayerischen Staatsoper e il leggendario Hans von Hotter nelle vesti di Dalan. Devo aver comprato questo CD in qualche svendita d'occasione, mi pare di ricordare vagamente "Il Libraccio" sui Navigli milanesi, nell'anno in cui abitavo lì. Era sicuramente prima di diventare acerrima nemica delle edizioni storiche, astenendomi assolutamente dall'ascquistarne: generose di fruscii e gracchi che niente hanno a che vedere con la musica, difficilmente ci dicono granchè dei loro passati splendori. Ad ogni modo, per oggi ce la facciamo bastare.

Si ha un bel criticare da parte dei musicologi del Novecento ma alla fine Wagner è sempre Wagner. Eccessivo, travolgente e stravolgente, grandioso e ineffabile, ha permeato talmente la nostra cultura, musicale e non, che ormai è parte di noi, al di sopra di ogni giudizio, al di là del bene e del male.

L'altro nome di questa opera è Il vascello fantasma ; in effetti la leggenda parla di una nave fantasma che non riesce a tornare a riva e viene avvistata dai marinai nelle notti di tempesta. Wagner, dal canto suo, aveva rischiato di fare la fine del topo su un vascello simile nel 1839 quando, tentando di scampare ai creditori scappando a Londra, aveva fatto quasi naufragio. La prima dell'opera è datata 1843 e segna l'inizio del nuovo corso wagneriano: leit motiv, melodia infinita, mito e folclore. Non manca nulla per fare un giro sulle ali della grande musica...

lunedì 22 febbraio 2010

Claudio Monteverdi,
Il combattimento di Tancredi e Clorinda
214/35

Dice bene Pestelli che "esistono musiche che sono più importanti che belle, voglio dire dove la bellezza conta meno del peso specifico della composizione." E questo è decisamente il caso: non vorrei apparire blasfema ai sacerdoti della storia della musica ma alcune opere del primo barocco sono davvero difficili da digerire, anche quando sono scritte da Monteverdi su un testo di Tasso. Forse il busillis sta nel fatto che, come dice più avanti il nostro, "il gesto teatrale sembra suggerire l'invenzione musicale; qualche volta più che suggerirla la sostituisce addirittura." E dunque, se noi questo gesto teatrale non lo vediamo, la musica da sola perde parecchio.

Approfitto per una volta di un ascolto fatto per lavoro, unendo per così dire l'utile al dilettevole. Anche se confesso che di dilettevole in questo Monteverdi ne sento poco: questi affetti esasperati, queste voci teatrali, sia pure spezzate da alcune felicissime invenzioni strumentali, non mi conquistano.

E dunque ascolto i circa venti minuti di questo Combattimento con le orecchie della mente ma non con quelle del cuore, da un'edizione miscellanea che raccoglie musiche barocche sulla Gerusalemme liberata; chissà se l'incisione consigliata da Pestelli, il classico e insuperato Consort of Musicke diretto da Antony Rooley avrebbe fatto la differenza...

lunedì 15 febbraio 2010

Domenico Scarlatti,
Sonate (214/34)

Dice bene Pestelli: "quando si dice Domenico Scarlatti più che a temi o a sonate precise si pensa a un concetto sonoro, a uno stile, a un clima generale in cui centinaia di sonate per clavicembalo si sovrappongono in una girandola luminosa." E stasera, dopo un lunedì di lavoro in biblioteca, ho proprio bisogno di questa musica "sferica", altra definizione pestelliana, risolta in se stessa che, senza banalizzare, propone una visione coerente del mondo, anzi dell'universo.

Non sono invece d'accordo sul fatto che il pianoforte utilizzato da Horowitz renda queste Sonate di più immediata comprensione. In realtà la bidimensionalità di questa musica è resa alla perfezione dall'algida sonorità percussiva del cembalo, laddove il suono del pianoforte è indissolubilmente legato nel nostro immaginario ai compositori romantici e a certe espressioni del sentimento. Però Horowitz, da gigante qual è come direbbe un mio carissimo amico, non indulge in alcuna svenevole romanticheria e il suo è il pianoforte più cembalistico che si possa immaginare.

Ma quante sono le sonate di Scarlatti? Una fonte da verificare ne conta 555 (numero un po' troppo simbolico per non dubitarne, non vi pare?), molte delle quali scritte per la corte di Madrid, dove visse a lungo come maestro di cappella. Ovviamente c'è molto mestiere in queste brevi sonate; tuttavia la felicità dell'invenzione melodica e spesso di quella armonica, ne rende molte dei piccoli capolavori. Che mi godo dal mio I-Pod, in attesa che si faccia l'ora di cena, cercando di purificare le fatiche di questa intensa giornata di lavoro.