Proseguiamo con un altro ascolto lisztiano. Non si tratta qui dei brani funambolici, da virtuoso quasi disumano cui Liszt ci ha abituato ma dei brani, meno frequenti nel suo catalogo (e proprio per questo forse da ascoltare con più attenzione!), che esplorano i sentimenti più intimi e nascosti dell'animo umano, quelli che più piaceranno ai futuri Debussy e Ravel.
Pestelli ha bellissime parole per Liszt, parole d'affetto e riconoscenza per questa figura di musicista e di uomo grande: "non lasciò nessuno senza aiuto, sostegno o incitamento (Wagner stesso riconobbe il debito)". Anche se gli amici musicisti da lui beneficati, Wagner appunto e Berlioz come pure Schumann, non furono altrettanto attenti estimatori della sua musica. Ed ebbero torto. Forse perchè, come dice anche Pestelli, egli più che un romantico fu "un decadente anzi tempo" e dunque gli altri romantici non lo capirono.
Ognuno dei suoi brani rivela una profonda conoscenza letteraria ed è intessuto di riferimenti a letture di classici e di contemporanei, con una puntualità e un'intelligenza rare. Comprese queste Consolations, che traggono origine dalle omonime poesie di Saint-Beuve, pubblicate nel 1830, circa 20 anni prima.
domenica 18 aprile 2010
martedì 13 aprile 2010
Franz Liszt,
Sonata in si min. 214/50
Per il cinquantesimo capolavoro (sono in super-ritardo sulla tabella di marcia, ma confido in recuperi futuri) mi sono concessa un brano che conosco bene e che fa le scintille anche se lo ascolti distrattamente. La sonata in si minore di Liszt è uno dei capolavori del pianismo di tutti i tempi e ti prende alla gola mettendoti all'angolo senza scampo, specialmente se sei di umore sentimentale.
Nell'amarcord della mia memoria è legata ad un goffo ma geniale pianista, collega del primo anno di università; me la fece conoscere con una mitica audiocassetta (ma ve le ricordate le cassette doppiate nel registratore? che tempi...), passatami furtivamente durante una lezione di Storia della Musica. Sul mio registratore portatile - che effettivamente trasportavo in continuazione dalla mia camera alla cucina comune dell'appartamento che condividevo con altre due studentesse - quel nastro si deve essere letteralmente consumato rinnovando ogni volta il suo miracolo. L'incisione che sto ascoltando adesso è di Claudio Arrau (ho derogato dal Pollini consigliato da Pestelli, unicamente perchè la sua versione l'ho ascoltata dal vivo, in un mitico concerto alla Chigiana, tutto dedicato a sonate titaniche) e forse anche allora era quella. Chissà...
Chissà perchè ma in quel periodo mi identificai tanto in questa sonata: sarà stata l'età, la pensosità di certi momenti alternati alla tragica passionalità di altri, l'energia straripante arrestata a tratti in radure di tranquillità. Ad ogni modo penso sia difficile trovare qualcuno a cui non piaccia questa musica eccetto quel Hanslick citato da Pestelli, che aspettandosi una sonata alla Mozart o tutt'al più alla Beethoven, si era ritrovato in questo magma di note, inconscio puro prima che Freud ci mettesse le mani. Lo si può capire, l'effetto era destabilizzante. Fin troppo.
Nell'amarcord della mia memoria è legata ad un goffo ma geniale pianista, collega del primo anno di università; me la fece conoscere con una mitica audiocassetta (ma ve le ricordate le cassette doppiate nel registratore? che tempi...), passatami furtivamente durante una lezione di Storia della Musica. Sul mio registratore portatile - che effettivamente trasportavo in continuazione dalla mia camera alla cucina comune dell'appartamento che condividevo con altre due studentesse - quel nastro si deve essere letteralmente consumato rinnovando ogni volta il suo miracolo. L'incisione che sto ascoltando adesso è di Claudio Arrau (ho derogato dal Pollini consigliato da Pestelli, unicamente perchè la sua versione l'ho ascoltata dal vivo, in un mitico concerto alla Chigiana, tutto dedicato a sonate titaniche) e forse anche allora era quella. Chissà...
Chissà perchè ma in quel periodo mi identificai tanto in questa sonata: sarà stata l'età, la pensosità di certi momenti alternati alla tragica passionalità di altri, l'energia straripante arrestata a tratti in radure di tranquillità. Ad ogni modo penso sia difficile trovare qualcuno a cui non piaccia questa musica eccetto quel Hanslick citato da Pestelli, che aspettandosi una sonata alla Mozart o tutt'al più alla Beethoven, si era ritrovato in questo magma di note, inconscio puro prima che Freud ci mettesse le mani. Lo si può capire, l'effetto era destabilizzante. Fin troppo.
domenica 4 aprile 2010
Felix Mendelssohn Bartholdy,
Sinfonia Italiana n.4 op.90
214/49
L'immortale di oggi ha deciso di venire fuori dalla radio della macchina, mentre cercavamo di uscire da Roma iniziando un lungo viaggio verso il sud. Andando a passo d'uomo, l'Italiana era quello che ci voleva per tirare un po' su il morale e darci un'illusione di movimento. Ho scoperto che conosco questa sinfonia alla perfezione anche se non ricordo di averla ascoltata ripetutamente in una qualche stagione della vita come tanti altri brani e non so nemmeno se è contenuta nella discoteca di casa. Di fatto l'Italiana è un brano spesso trasmesso alla radio e eseguito nelle sale da concerto e contiene dei temi così cantabili e "facili" da rimanere impressi a lungo nella nostra memoria. Insomma, l'ho cantata dall'inizio alla fine.
L'incisione trasmessa era storica, l'orchestra della RAI di Torino diretta alla fine degli anni Settanta da un direttore che non conoscevo. Giusta nei tempi e nello spirito, godibile e assolutamente chiara nell'interpretazione. Riflettevo ascoltandola e cantandola su quanto complessa sia la scrittura orchestrale sinfonica rispetto alla musica scritta per il teatro d'opera, che ascolto così spesso per lavoro. Il gioco delle parti è simmetrico e ben delineato senza essere mai scontato; Mendelssohn riesce sempre ad infilare una modulazione, una sospensione, un colpo di timone che inattesamente vira verso altri lidi e i temi, in sostanza ripetuti mille e mille volte, restano sempre freschi e piacevolmente ricorrenti come onde marine.
Certo, cosa ci sia di "italiano" in questa sinfonia solo Mendelssohn lo sa. Pare che gli spunti di questo brano, poi rielaborati ovviamente, risalgano davvero ad un viaggio in Italia. Al di là di un vivace ritmo di salterello dell'ultimo movimento io non ci trovo molto. Ad ogni modo che questo capolavoro si chiami "italiana" non ci dispiace davvero...
L'incisione trasmessa era storica, l'orchestra della RAI di Torino diretta alla fine degli anni Settanta da un direttore che non conoscevo. Giusta nei tempi e nello spirito, godibile e assolutamente chiara nell'interpretazione. Riflettevo ascoltandola e cantandola su quanto complessa sia la scrittura orchestrale sinfonica rispetto alla musica scritta per il teatro d'opera, che ascolto così spesso per lavoro. Il gioco delle parti è simmetrico e ben delineato senza essere mai scontato; Mendelssohn riesce sempre ad infilare una modulazione, una sospensione, un colpo di timone che inattesamente vira verso altri lidi e i temi, in sostanza ripetuti mille e mille volte, restano sempre freschi e piacevolmente ricorrenti come onde marine.
Certo, cosa ci sia di "italiano" in questa sinfonia solo Mendelssohn lo sa. Pare che gli spunti di questo brano, poi rielaborati ovviamente, risalgano davvero ad un viaggio in Italia. Al di là di un vivace ritmo di salterello dell'ultimo movimento io non ci trovo molto. Ad ogni modo che questo capolavoro si chiami "italiana" non ci dispiace davvero...
domenica 21 marzo 2010
Anton Bruckner,
Sinfonia n.7, 214/48
L'immortale di oggi è uscito sua sponte dalla radio: un concerto in replica dell'Orchestra della RAI del giugno 2007, Juanjo Mena direttore. Avendo acceso a pezzo iniziato (da poco, per fortuna) non ho individuato subito l'autore ma sono stata colpita immediatamente da questo senso di solennità malinconica di cui parla Pestelli, una musica "lenta e ruminatrice" che in effetti mi ha accompagnato pazientemente lungo varie incombenze mattutine, in questa domenica di primissima primavera. E' una musica riassuntiva, questa settima sinfonia, in cui si trovano le ombre di un mondo che fu e le inquietudini di un mondo che nasce. Al 1883, anno di composizione, l'impero austroungarico è ancora forte e potente sullo scenario europeo; come credere che durerà ancora solo trenta anni, spazzato via dalla prima guerra mondiale? Alcune profonde crepe iniziano ad aprirsi nella società, il mondo "altro" preme ai confini di quello conosciuto (è l'epoca dell'affermarsi delle grandi conquiste coloniali, con tutto l'esotismo di ritorno che giunge in Europa), le idee nuove dei socialisti scuotono alle fondamenta la storia e il pensiero.
Non so quanto di tutto questo realmente cogliesse Anton Bruckner, con il suo carattere schivo, la biografia segnata dai continui lutti familiari e dall'ostilità dei colleghi. Questa pensosità, gravida di conseguenze e di sentimenti, si sposa però incredibilmente bene col grigio denso del cielo di fine marzo, oltre il quale attende di esplodere la primavera.
Non so quanto di tutto questo realmente cogliesse Anton Bruckner, con il suo carattere schivo, la biografia segnata dai continui lutti familiari e dall'ostilità dei colleghi. Questa pensosità, gravida di conseguenze e di sentimenti, si sposa però incredibilmente bene col grigio denso del cielo di fine marzo, oltre il quale attende di esplodere la primavera.
venerdì 19 marzo 2010
Johann Sebastian Bach,
Jesu meine Freude BWV 227
214/47
Non potrebbe essere più adatto l'ascolto di oggi alle mie ricorrenze personali. Oggi, infatti, si intreccia una festa pubblica con una ricorrenza privata e questo è uno dei 6 mottetti funebri che Bach scrisse tra il 1723 e il 1734. Pestelli, con la consueta acutezza, elabora questa calzante immagine per l'immortale odierno: "Davvero Bach tratta la polifonia come i grandi scultori la pietra più dura, piegandola a qualunque sfumatura del pensiero e del sentimento: così l'antitesi drammatica di carne e di spirito si rappresenta in una sintesi suprema di maestria e umanità."
Poche musiche sanno essere consolatorie come quelle bachiane. Nell'universo di questo compositore tutto il caos è ridotto a cosmo, compatto, consequenziale, coerente. Forse perchè nella sua musica, e tanto più in quella sacra, il pensiero di Dio non è mera idea ma vita vissuta, forza e confidenza. Nel cosmo esiste un dolore che non è smarrimento, una sofferenza che tende ad un fine e perciò può essere sopportata. Lo dicevamo a proposito della Johannes-Passion, lo ripetiamo adesso.
Porterò con me questa musica durante la giornata, che mi vedrà in giro tra due città, nel traffico affollato di turisti, impegnata in incontri e scambi. Ma una parte di me, sono sicura, rimarrà nella cattedrale gotica dove Gli Angeli Genève continuano ad eseguire per me questo mottetto.
P.S. a proposito, questo è il testo:http://www.bach-cantatas.com
Poche musiche sanno essere consolatorie come quelle bachiane. Nell'universo di questo compositore tutto il caos è ridotto a cosmo, compatto, consequenziale, coerente. Forse perchè nella sua musica, e tanto più in quella sacra, il pensiero di Dio non è mera idea ma vita vissuta, forza e confidenza. Nel cosmo esiste un dolore che non è smarrimento, una sofferenza che tende ad un fine e perciò può essere sopportata. Lo dicevamo a proposito della Johannes-Passion, lo ripetiamo adesso.
Porterò con me questa musica durante la giornata, che mi vedrà in giro tra due città, nel traffico affollato di turisti, impegnata in incontri e scambi. Ma una parte di me, sono sicura, rimarrà nella cattedrale gotica dove Gli Angeli Genève continuano ad eseguire per me questo mottetto.
P.S. a proposito, questo è il testo:http://www.bach-cantatas.com
giovedì 18 marzo 2010
Hector Berlioz,
Les Nuits d'été
214/46
Forunata coincidenza l'immortale di oggi: sto lavorando ad altro di Berlioz e mi gusto anche queste Nuits d'été, così vive e coinvolgenti. Berlioz è un genio di cui si comprende ancor di più dal confronto con i suoi tempi. Moderno, modernissimo, troppo moderno per non essere guardato con sospetto, per non avere successi solo parziali, innegabili ma anche scomodi.
Figlio di un medico che nella buona educazione borghese impartita al figlio aveva messo anche la musica, Berlioz scoprì che la sua era una vocazione travolgente a Parigi, dove si era trasferito per studiare medicina. E qui comincia a fare il "figlio pazzo": spende il mensile del padre per pagare i musicisti che possano eseguire i suoi lavori faraonici e puntualmente stroncati, contrae debiti che poi dovranno essere rifondati dallo sconcertato genitore, arranca in camere bohemienne facendo lavoretti per mantenersi, prova e riprova il Prix de Rome, si innamora perdutamente di attrici di teatro, viene lasciato da fidanzate realistiche e poco disposte ad aspettare i suoi chimerici tempi di matrimonio. Insomma, una vita vissuta intensamente in cui la passione per la musica si alimenta a quella per la letteratura, musa concreta di molte composizioni. Come questa che sto ascoltando: un insieme di sei Lieder per voce e orchestra su testi di Théophile Gautier, prima stesura per voce e pianoforte 1855.
Ascoltando Berlioz si pensa già a Baudelaire, più giovane di 18 anni: quella sensualità profonda che scorre come un fiume sotterraneo e silenziosa scava caverne fantastiche nel nostro inconscio, tirando fuori i sentimenti più forti e riposti. L'orchestrazione, come riconoscono tutti, è il punto di forza di qusto compositore: inconsueta, spiazzante, gigantesca. (E proprio questo gigantismo fu il tallone d'Achille del nostro ai suoi tempi: dove trovare quelle masse orchestrali e corali che potessero eseguire le opere di uno sconosciuto?)
E forse il miglior commento a questi brani sono proprio alcuni famosissimi versi del poeta francese, tratti da Profumo esotico. Siamo nel 1857, appena due anni dopo le nostre musiche. Eccoli:
Guidato dal tuo profumo verso climi che incantano,
vedo un porto pieno d'alberi e di vele ancora
affaticati dall'onda marina,
mentre il profumo dei verdi tamarindi che circola
nell'aria e mi gonfia le narici, si mescola nella mia
anima al canto dei marinai.
Figlio di un medico che nella buona educazione borghese impartita al figlio aveva messo anche la musica, Berlioz scoprì che la sua era una vocazione travolgente a Parigi, dove si era trasferito per studiare medicina. E qui comincia a fare il "figlio pazzo": spende il mensile del padre per pagare i musicisti che possano eseguire i suoi lavori faraonici e puntualmente stroncati, contrae debiti che poi dovranno essere rifondati dallo sconcertato genitore, arranca in camere bohemienne facendo lavoretti per mantenersi, prova e riprova il Prix de Rome, si innamora perdutamente di attrici di teatro, viene lasciato da fidanzate realistiche e poco disposte ad aspettare i suoi chimerici tempi di matrimonio. Insomma, una vita vissuta intensamente in cui la passione per la musica si alimenta a quella per la letteratura, musa concreta di molte composizioni. Come questa che sto ascoltando: un insieme di sei Lieder per voce e orchestra su testi di Théophile Gautier, prima stesura per voce e pianoforte 1855.
Ascoltando Berlioz si pensa già a Baudelaire, più giovane di 18 anni: quella sensualità profonda che scorre come un fiume sotterraneo e silenziosa scava caverne fantastiche nel nostro inconscio, tirando fuori i sentimenti più forti e riposti. L'orchestrazione, come riconoscono tutti, è il punto di forza di qusto compositore: inconsueta, spiazzante, gigantesca. (E proprio questo gigantismo fu il tallone d'Achille del nostro ai suoi tempi: dove trovare quelle masse orchestrali e corali che potessero eseguire le opere di uno sconosciuto?)
E forse il miglior commento a questi brani sono proprio alcuni famosissimi versi del poeta francese, tratti da Profumo esotico. Siamo nel 1857, appena due anni dopo le nostre musiche. Eccoli:
Guidato dal tuo profumo verso climi che incantano,
vedo un porto pieno d'alberi e di vele ancora
affaticati dall'onda marina,
mentre il profumo dei verdi tamarindi che circola
nell'aria e mi gonfia le narici, si mescola nella mia
anima al canto dei marinai.
martedì 16 marzo 2010
Ludwig van Beethoven,
Trio op.97 Arciduca
214/45
"Vetta suprema nella musica da camera di ogni tempo." Così Pestelli su qusto trio beethoveniano: secco ed esaustivo, senza possibilità di repliche o ripensamenti. E siamo d'accordo anche noi.
1811 la data di composizione; Beethoven che è l'insegnante di musica dell'Arciduca Rodolfo d'Austria ha qualche giorno di tempo libero perchè il suo pupillo ha male ad un dito. Per fortuna, commenta Pestelli, visto che ci ha fruttato tale capolavoro! Ogni volta che ascolto Beethoven mi stupisco della sua modernità e lo confronto mentalmente con quanto si ascoltava nei teatri d'opera a quei tempi ma anche nelle sale da concerto. Insomma si usciva dal Settecento con le sue neoclassiche rigidità e prevedibili armonie (non parlo ovviamente di Mozart, che era considerato infatti da molti un eccentrico), soprattutto nella musica da camera che era destinata ad un consumo familiare, borghese e aristocratico non si voleva essere sconvolti da troppe novità. Eppure Beethoven riesce a mettercele, facendole passare, per così dire, dolcemente sottobanco. E così la musica che ascoltiamo piacque alle orecchie di allora ma anche alle nostre di adesso, sollevandoci in quei territori dell'assoluto che a volte ci sconvolgono con violenza ma a volte ci accompagnano con una carezza.
1811 la data di composizione; Beethoven che è l'insegnante di musica dell'Arciduca Rodolfo d'Austria ha qualche giorno di tempo libero perchè il suo pupillo ha male ad un dito. Per fortuna, commenta Pestelli, visto che ci ha fruttato tale capolavoro! Ogni volta che ascolto Beethoven mi stupisco della sua modernità e lo confronto mentalmente con quanto si ascoltava nei teatri d'opera a quei tempi ma anche nelle sale da concerto. Insomma si usciva dal Settecento con le sue neoclassiche rigidità e prevedibili armonie (non parlo ovviamente di Mozart, che era considerato infatti da molti un eccentrico), soprattutto nella musica da camera che era destinata ad un consumo familiare, borghese e aristocratico non si voleva essere sconvolti da troppe novità. Eppure Beethoven riesce a mettercele, facendole passare, per così dire, dolcemente sottobanco. E così la musica che ascoltiamo piacque alle orecchie di allora ma anche alle nostre di adesso, sollevandoci in quei territori dell'assoluto che a volte ci sconvolgono con violenza ma a volte ci accompagnano con una carezza.
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