Francamente perchè il benemerito Pestelli abbia inserito questo Trio dei birilli tra gli immortali, mi resta oscuro. E' tutto il giorno che lo ascolto, più attentamente e meno attentamente: certo per essere Mozart è Mozart, con l'eleganza e la leggerezza tipiche di certa sua musica da camera, scritta per gioco o meglio per far giocare i nobili, amanti di musica e musicisti dilettanti. Però da qui ad accostarlo alla Quinta di Beethoven... Ad ogni modo, ho deciso di ascoltarmi tutti e 214 i capolavori indicati da Pestelli e così farò; anche oggi ho fatto la mia parte.
L'edizione che sto ascoltando, comprata stamattina su ibs, è un'incisione Deutsche Grammophone (penso degli anni '70, almeno a dire dagli abiti degli interpreti in copertina): Gidon Kremer, Kim Kashkashian, Valery Afanassiev. Garbati, delicati ma frizzanti quando necessario, pieni di buon gusto insomma, niente da eccepire.
Dice il buon Pestelli con la consueta penna felice: "...questa musica è tutta percorsa da una corrente di domande e risposte, di commenti e sottolineature, che nella sua trama elementare, evoca tutta la vita del linguaggio musicale, con le sue profondità e le sue sapienti frivolezze." Possiamo aggiungere noi che anche tanta altra musica lo è. E se dovessimo appellarla "immortale" solo per questo...
giovedì 28 gennaio 2010
lunedì 25 gennaio 2010
Johann Sebastian Bach,
Johannes-Passion BWV 245
Oggi 2 ore, 8 minuti e 48 secondi per ascoltare tutta la Johannes-Passion proprio non li avevo. Però 11 minuti e 10 secondi, sì; e così mi sono scaricata dal solito ibs il coro iniziale "Herr, unser Herrscher", nell'edizione consigliata da Pestelli, Karl Richter col Münchener Bach-Chor e Orchester.
E' stato come aprire una porta sull'inferno dell'orrore e del dolore, all'improvviso. La modernità di Bach e la sua attualità sono sconvolgenti, ti aggrediscano senza scampo. Cosa meglio di questa musica ti spiega il mistero della Passione, nel suo carnale orrore? Un uomo che muore dilaniato sulla croce, in un supplizio lento e muto, che contiene in sè tutte le grida del mondo, tutte le sofferenze senza consolazione, tutte le ingiustizie senza riscatto. Solo il mistero della resurrezione può farci accettare un tale destino e dare una luce di superiore verità a questo strazio. E allora il dolore diventa sacrificio, il caos cosmo di nuovo e la nostra vita sulla terra il tassello di una trama più grande, che possiamo sopportare in qualche modo.
Meno nota della Matheus-Passion, questa è la prima Passione scritta da Bach, all'età di 37 anni, nel 1724. Del testo tedesco del coro iniziale ho trovato solo questa traduzione in inglese, che tralascio dal tradurre ulteriormente in italiano.
Lord, our master,
whose fame is glorious in all lands!
Show us, by thy Passion
that thou, the true Son of God,
hast for all times
even in thy deepest lowliness,
been glorified.
E' stato come aprire una porta sull'inferno dell'orrore e del dolore, all'improvviso. La modernità di Bach e la sua attualità sono sconvolgenti, ti aggrediscano senza scampo. Cosa meglio di questa musica ti spiega il mistero della Passione, nel suo carnale orrore? Un uomo che muore dilaniato sulla croce, in un supplizio lento e muto, che contiene in sè tutte le grida del mondo, tutte le sofferenze senza consolazione, tutte le ingiustizie senza riscatto. Solo il mistero della resurrezione può farci accettare un tale destino e dare una luce di superiore verità a questo strazio. E allora il dolore diventa sacrificio, il caos cosmo di nuovo e la nostra vita sulla terra il tassello di una trama più grande, che possiamo sopportare in qualche modo.
Meno nota della Matheus-Passion, questa è la prima Passione scritta da Bach, all'età di 37 anni, nel 1724. Del testo tedesco del coro iniziale ho trovato solo questa traduzione in inglese, che tralascio dal tradurre ulteriormente in italiano.
Lord, our master,
whose fame is glorious in all lands!
Show us, by thy Passion
that thou, the true Son of God,
hast for all times
even in thy deepest lowliness,
been glorified.
domenica 24 gennaio 2010
Johannes Brahms,
Sinfonia n.1 op.68
Andando avanti in questa impresa mi rendo conto di quanto la mia discoteca casalinga sia nata senza un criterio, sull'onda di esigenze di lavoro o della casualità dell'edicola. Infatti nemmeno questo capolavoro era presente, nonostante fosse una mia vecchissima conoscenza: lo ascoltavo sin da ragazzina da un grande LP, che faceva parte di una collezione di capolavori, quella sì, organica e seria (anzi, forse dovrei recuperarla a casa di mia madre e dotarmi di un piatto per poterla ascoltare). Visto che è domenica ho deciso di concedermi un salto da Ricordi a via del Corso e di scegliere qualcosa anche per i successivi appuntamenti brahmsiani - a Pestelli piace parecchio questo autore, a dire dal numero di sue composizioni che ha inserito tra gli immortali...
Ascolto i Berliner diretti da von Karajan, un'incisione Deutsche Grammophone degli anni Settanta, rimasterizzata che contiene tutte e 4 le sinfonie. Seraficamente terribile, una specie di aquila che vola sugli altopiani. Pestelli suggerisce quella storica di Furtwaengler, di cui in fondo Karajan è l'erede, almeno per queste sinfonie. E ad ogni modo, davvero nulla da dire; solo abbandonarsi alla maestosa grandezza di questa musica, che ti avvolge completamente come un buco nero (e attenzione a non perdersi!).
Anche se la prima esecuzione di questa sinfonia risale al 1876, pare che Brahms cominciasse a lavorare ai primi abbozzi quando aveva 22 anni; perchè tanto tempo per completarla? Forse perchè Brahms, come è stato detto da più parti, sentiva veramente di essere l'erede di Beethoven e di poter continuare a dire una parola di verità dopo la Nona, che sembrava aver messo fine alle possibilità di questo genere musicale. E infatti fu Hans von Bülow, uno dei maggiori direttori d'orchestra della sua epoca, a dire che "il mondo musicale aveva una Decima sinfonia", come riporta Pestelli, intendendo che "la storia della sinfonia riprendeva il suo corso alle stesse quote di quel modello, ma senza imitazioni accademiche."
Ascolto i Berliner diretti da von Karajan, un'incisione Deutsche Grammophone degli anni Settanta, rimasterizzata che contiene tutte e 4 le sinfonie. Seraficamente terribile, una specie di aquila che vola sugli altopiani. Pestelli suggerisce quella storica di Furtwaengler, di cui in fondo Karajan è l'erede, almeno per queste sinfonie. E ad ogni modo, davvero nulla da dire; solo abbandonarsi alla maestosa grandezza di questa musica, che ti avvolge completamente come un buco nero (e attenzione a non perdersi!).
Anche se la prima esecuzione di questa sinfonia risale al 1876, pare che Brahms cominciasse a lavorare ai primi abbozzi quando aveva 22 anni; perchè tanto tempo per completarla? Forse perchè Brahms, come è stato detto da più parti, sentiva veramente di essere l'erede di Beethoven e di poter continuare a dire una parola di verità dopo la Nona, che sembrava aver messo fine alle possibilità di questo genere musicale. E infatti fu Hans von Bülow, uno dei maggiori direttori d'orchestra della sua epoca, a dire che "il mondo musicale aveva una Decima sinfonia", come riporta Pestelli, intendendo che "la storia della sinfonia riprendeva il suo corso alle stesse quote di quel modello, ma senza imitazioni accademiche."
sabato 23 gennaio 2010
Georges Bizet,
Carmen
"Carmen è un mito che ciascuno porta in sè e solo in parte trova soddisfazione in realizzazioni concrete." Così Pestelli. E certo la realizzazione concreta che sto ascoltando in questo momento, un DVD comprato in edicola (è la prima volta, confesso, ed ero curiosa del risultato), Daniel Oren sul podio del San Carlo, Nadja Michael Carmen e Sergej Larin Don José, è una registrazione così scadente che non riesco nemmeno a farmene un'idea. L'unica cosa armonica è il giallo dominante di scene - minimalistiche - e costumi; tra l'altro si intona incredibilmente con l'arredamento del mio soggiorno, dove campeggia il televisore (ormai cieco e muto, non ho comprato il decoder, ma ancora abilissimo a riprodurre film e Wii).
Scherzi a parte, meglio ricordare con le orecchie della memoria la bella edizione in forma di concerto cui assistetti nel 2003 a Santa Cecilia, diretta da Prêtre, e che mi entusiasmò letteralmente con la sua vivacità e coerenza di fondo.
E' vero che Carmen è un mito: il mito della libertà al di sopra delle regole, di un prendere la vita come viene e morderla per farne uscire il succo, non importa quanto sappia di sangue. Non c'è da stupirsi che al borghese pubblico parigino del 1875 sembrò un pasticcio inguardabile: tutta invidia, in realtà, e di lì a poco anche la morale sarebbe cambiata (pensate ai romanzi di D'Annunzio, per scendere in particolari nostrani...). E infatti a gente con un po' di sale in zucca (e sto parlando di Brahms, Bismark, Čajkovskij, Saint-Saënse, Wagner e Nietsche) la Carmen piacque, eccome. Peccato che Bizet non visse abbastanza per godere il suo trionfo: morì il 3 giugno di quello stesso 1875, senza arrivare al 23 ottobre in cui il pubblico viennese applaudì con slancio il suo capolavoro.
Scherzi a parte, meglio ricordare con le orecchie della memoria la bella edizione in forma di concerto cui assistetti nel 2003 a Santa Cecilia, diretta da Prêtre, e che mi entusiasmò letteralmente con la sua vivacità e coerenza di fondo.
E' vero che Carmen è un mito: il mito della libertà al di sopra delle regole, di un prendere la vita come viene e morderla per farne uscire il succo, non importa quanto sappia di sangue. Non c'è da stupirsi che al borghese pubblico parigino del 1875 sembrò un pasticcio inguardabile: tutta invidia, in realtà, e di lì a poco anche la morale sarebbe cambiata (pensate ai romanzi di D'Annunzio, per scendere in particolari nostrani...). E infatti a gente con un po' di sale in zucca (e sto parlando di Brahms, Bismark, Čajkovskij, Saint-Saënse, Wagner e Nietsche) la Carmen piacque, eccome. Peccato che Bizet non visse abbastanza per godere il suo trionfo: morì il 3 giugno di quello stesso 1875, senza arrivare al 23 ottobre in cui il pubblico viennese applaudì con slancio il suo capolavoro.
venerdì 22 gennaio 2010
Georg Friederch Haendel,
Water Music
"Se c'è una musica che bisogna ascoltare tutte le mattine prima d'incominciare le solite occupazioni, nulla di più tonico e corroborante si può trovare della Water Music", esordisce così il nostro Pestelli. E io ho fedelmente ubbidito al suo suggerimento scaricando dal solio ibs le tre suites complete, Trevor Pinnock alla testa dell'English Concert, un'esecuzione classica, visto che "questa musica potrà mettere in forma lo spirito per buona parte della giornata."
Effettivamente nulla come la musica barocca sembra dare un ordine al caos delle nostre giornate metropolitane del XXI° sec. E non perchè sia "allegra", come qualche sprovveduto sostiene, quanto piuttosto perchè si propone di dare un ordine alla complessità. E ci riesce. Acoltando i barocchi ci affacciamo sul ventaglio dei sentimenti umani da un'altissima terrazza assolata, da cui la vista spazia senza limiti. E vediamo che gli ostacoli delle montagne si risolvono poi in dolci pianure e che non lontano da aridi campi scorrono fiumi ricchi d'acqua.
Fortunato Giorgio I, che commissionò questa musica a Haendel per il suo insediamento nel 1717 (mentre Bach scriveva i BWV 1041-1043...) e se l'ascoltava portandosela dietro sul Tamigi, con i musicisti che suonavano su una chiatta. Ma più fortunati noi che con un semplice I-Pod ce la portiamo dove vogliamo. E' proprio quello che farò io oggi e forse mi sentirò un po' più "regale" del solito...
Effettivamente nulla come la musica barocca sembra dare un ordine al caos delle nostre giornate metropolitane del XXI° sec. E non perchè sia "allegra", come qualche sprovveduto sostiene, quanto piuttosto perchè si propone di dare un ordine alla complessità. E ci riesce. Acoltando i barocchi ci affacciamo sul ventaglio dei sentimenti umani da un'altissima terrazza assolata, da cui la vista spazia senza limiti. E vediamo che gli ostacoli delle montagne si risolvono poi in dolci pianure e che non lontano da aridi campi scorrono fiumi ricchi d'acqua.
Fortunato Giorgio I, che commissionò questa musica a Haendel per il suo insediamento nel 1717 (mentre Bach scriveva i BWV 1041-1043...) e se l'ascoltava portandosela dietro sul Tamigi, con i musicisti che suonavano su una chiatta. Ma più fortunati noi che con un semplice I-Pod ce la portiamo dove vogliamo. E' proprio quello che farò io oggi e forse mi sentirò un po' più "regale" del solito...
giovedì 21 gennaio 2010
Pëtr Ilič Čajkovskij,
Concerto n.1 per pianoforte e orchestra
Per l'immortale di oggi, un ascolto futuristico. Approfitto di una novità della RAI lanciata da qualche mese, la trasmissione di concerti in streaming web audiovideo (trovate il programma sul sito dell'Orchestra RAI di Torino: www.orchestrasinfonica.rai.it). Che dire. Anche la radio cresce e abbraccia nuove frontiere. Durante un interessantissimo convegno sulla radio che si è tenuto a Parma lo scorso dicembre alla Casa della Musica si parlava proprio delle nuove frontiere di questo mezzo, che ha fatto crescere musicalmente gli italiani lungo tutto il Novecento. E le nuove frontiere, si fa presto a capirlo, sono le possibilità del web che rende incredibilmente interattivo anche questo mezzo, fino ad ora "a senso unico." E soprattutto lo ibrida con la televisione. Vedremo dove andrà a finire ma mi sembra che sia partito già bene. D'accordo, la ripresa è a camera fissa per la maggior parte del tempo, il solito francobollo nel nostro schermo, la qualità audio non sarà il meglio possibile nell'etere ma io direi che le premesse per lo sviluppo ci sono tutte e che la radio si arricchisce di una nuova possiblità: dare un paio di occhi ogni tanto ai suoi affezionati.
In questo caso posso vedere in carne ed ossa solista e direttore, rispettivamente Hüseyin Sermet e Alpaslan Ertüngealp, turchi entrambi. E l'impressione è proprio quella di esserci. Non è come quando guardi un concerto in televisione, con quelle riprese montate, a volte un po' finte o, peggio, alternate a quelle svenevoli immagini di fiori e paesaggi campestri; è piuttosto come guardare dal buco della serratura, intrigante...
Sermet si lancia nel suo bis (una sonata di Antonio Soler) e devo dire che suona bene, dà un po' di meditativa pensosità ai ricami sonori del compositore del Settecento. Il Concerto non l'ho ascoltato con grande attenzione, tutta presa dalla novità del mezzo e dall'andare su e giù dalle varie finestre, chiedo venia! In compenso si stanno scatenando i messaggi degli ascoltatori che via mail già commentano e recensiscono, letti dagli speaker RAI, bravi! bravissimi! (ecco l'interattività di cui parlavo prima...). E mentre i commessi spostano le sedie sul palco per preparare la seconda parte, io mi dedico a spigolare dal mio Pestelli.
Questo concerto è definito una "vulcanica meraviglia che nessun consumo moderno è ancora riuscito a rendere inoffensivo." Io direi che in alcuni punti è davvero trionfale: il pezzo adatto per questo primo ascolto del futuro.
In questo caso posso vedere in carne ed ossa solista e direttore, rispettivamente Hüseyin Sermet e Alpaslan Ertüngealp, turchi entrambi. E l'impressione è proprio quella di esserci. Non è come quando guardi un concerto in televisione, con quelle riprese montate, a volte un po' finte o, peggio, alternate a quelle svenevoli immagini di fiori e paesaggi campestri; è piuttosto come guardare dal buco della serratura, intrigante...
Sermet si lancia nel suo bis (una sonata di Antonio Soler) e devo dire che suona bene, dà un po' di meditativa pensosità ai ricami sonori del compositore del Settecento. Il Concerto non l'ho ascoltato con grande attenzione, tutta presa dalla novità del mezzo e dall'andare su e giù dalle varie finestre, chiedo venia! In compenso si stanno scatenando i messaggi degli ascoltatori che via mail già commentano e recensiscono, letti dagli speaker RAI, bravi! bravissimi! (ecco l'interattività di cui parlavo prima...). E mentre i commessi spostano le sedie sul palco per preparare la seconda parte, io mi dedico a spigolare dal mio Pestelli.
Questo concerto è definito una "vulcanica meraviglia che nessun consumo moderno è ancora riuscito a rendere inoffensivo." Io direi che in alcuni punti è davvero trionfale: il pezzo adatto per questo primo ascolto del futuro.
martedì 19 gennaio 2010
Ludwig van Beethoven,
Sinfonia n.7 op.92
Wolfgang Amadeus Mozart,
Concerto per clarinetto e orch. K.622
Concerto anche stasera e due capolavori in un giorno, sto battendo tutti i record... Dunque, sul podio di Santa Cecilia il direttore prodigio Diego Matheuz, 25 anni, sorriso venezuelano e capigliatura nerissima e fluente. Volevo proprio andare a sentire con le mie orecchie se questo sistema musica che ha tirato fuori dalle favelas decine e decine di ragazzi sudamericani, produce davvero musicisti in gamba. E sono stata accontentata. Con un programma così classico (e la serata si concludeva con un altro Beethoven, il Leonore III) che è quasi una "prova del 9", non si scappa: o sai dirigere o non sai dirigere e devo dire che, dopo qualche incertezza iniziale (poca fluidità nel gesto, tempi un po' troppo ampi) dal Presto della Settima è stato tutto un fuoco di emozioni. Di certo i 25 anni di questo Maestro non sono quelli di un nostrano "bamboccione" ma il fatto che sia così giovane si sente piacevolmente: nel piglio, nel ritmo, nell'energia che infonde ai musicisti e alla sala, per altro gremita anche nei posti dietro l'orchestra. I corni si sono presi qualche libertà e qualche stonatura di troppo che Pappano non gli avrebbe lasciato passare; ad ogni modo, il concerto è andato. E più che bene.
Veniamo ai pezzi. La Settima venne eseguita per la prima volta l'8 dicembre del 1804, in una serata di beneficenza che raccoglieva fondi per i feriti della battaglia di Hanau. Il generale austriaco Karl Philipp von Wrede aveva cercato di sbarrare la strada a Napoleone che, seppure in ritirata, era sempre un grande stratega; e infatti ebbe la meglio, lasciando cadaveri austriaci dappertutto. Il successo del concerto fu strepitoso e la musica, è proprio il caso di dirlo, una cannonata. Pestelli dice, con la sua solita eleganza: "il ritmo è tutto, sbriga le mansioni dell'umile servitore e folgora come un generale al posto di comando."
Il K.622 è filato liscio come un tappeto di velluto. Merito della scrittura di Mozart, intima ed elegante e merito di Alessandro Carbonare, eccellente prima parte dell'orchestra e assoluto virtuoso, che per l'occasione ha rispolverato il clarinetto di bassetto, strumento per cui questo concerto era stato scritto e che è ormai sparito dalla circolazione. Avevo già ascoltato alcuni anni fa lo stesso concerto eseguito da Carbonare, era forse il 2003 anno in cui è diventato solista dell'orchestra romana, e lo ricordavo con grandissimo piacere. Lo stesso provato stasera, riascoltandolo: perfetto e calibrato in ogni momento, mai una sbavatura, mai un eccesso, sembrava averlo scritto lui il concerto, talmente fluida e piena di senso era la sua interpretazione. Bellissimo il bis in solo che ci ha regalato: una reverie jazz, di grande raffinatezza. Questo è l'ultimo concerto scritto da Mozart, sarebbe morto pochi mesi dopo, e siamo nell'ottobre 1791. Pestelli scrive: "la bellezza di queste opere immortali ha qualcosa di misterioso e di indecifrabile proprio perchè elementare." Sì, è proprio una di quelle opere in cui Semplicità e Bellezza coincidono perfettamente.
Questa bella serata mi ha portato una sorpresa. Ho incontrato per caso all'entrata una signora che abita nel mio stesso palazzo e con cui non avevo mai avuto modo di scambiare più che poche parole di circostanza in dieci anni. Mi era sempre piaciuta molto però, coi suoi modi garbati, la chioma candida, la figura alta e magra, un po' curva per gli anni ma sempre elegante, come i suoi tailleur senza tempo e il suo sorriso radioso. Stasera siamo tornate a casa insieme e abbiamo avuto modo di parlare più a lungo; ho scoperto che dietro quel sorriso ci sono tante sofferenze, portate con dignità e ferma sopportazione. Sul portone mi ha detto: "Diamoci del tu." E così adesso siamo amiche.
Anche lei in fondo è un po' come i pezzi di questa sera: vecchie conoscenze che ci possono stupire, se solo ci fermiamo ad ascoltarle meglio...
Veniamo ai pezzi. La Settima venne eseguita per la prima volta l'8 dicembre del 1804, in una serata di beneficenza che raccoglieva fondi per i feriti della battaglia di Hanau. Il generale austriaco Karl Philipp von Wrede aveva cercato di sbarrare la strada a Napoleone che, seppure in ritirata, era sempre un grande stratega; e infatti ebbe la meglio, lasciando cadaveri austriaci dappertutto. Il successo del concerto fu strepitoso e la musica, è proprio il caso di dirlo, una cannonata. Pestelli dice, con la sua solita eleganza: "il ritmo è tutto, sbriga le mansioni dell'umile servitore e folgora come un generale al posto di comando."
Il K.622 è filato liscio come un tappeto di velluto. Merito della scrittura di Mozart, intima ed elegante e merito di Alessandro Carbonare, eccellente prima parte dell'orchestra e assoluto virtuoso, che per l'occasione ha rispolverato il clarinetto di bassetto, strumento per cui questo concerto era stato scritto e che è ormai sparito dalla circolazione. Avevo già ascoltato alcuni anni fa lo stesso concerto eseguito da Carbonare, era forse il 2003 anno in cui è diventato solista dell'orchestra romana, e lo ricordavo con grandissimo piacere. Lo stesso provato stasera, riascoltandolo: perfetto e calibrato in ogni momento, mai una sbavatura, mai un eccesso, sembrava averlo scritto lui il concerto, talmente fluida e piena di senso era la sua interpretazione. Bellissimo il bis in solo che ci ha regalato: una reverie jazz, di grande raffinatezza. Questo è l'ultimo concerto scritto da Mozart, sarebbe morto pochi mesi dopo, e siamo nell'ottobre 1791. Pestelli scrive: "la bellezza di queste opere immortali ha qualcosa di misterioso e di indecifrabile proprio perchè elementare." Sì, è proprio una di quelle opere in cui Semplicità e Bellezza coincidono perfettamente.
Questa bella serata mi ha portato una sorpresa. Ho incontrato per caso all'entrata una signora che abita nel mio stesso palazzo e con cui non avevo mai avuto modo di scambiare più che poche parole di circostanza in dieci anni. Mi era sempre piaciuta molto però, coi suoi modi garbati, la chioma candida, la figura alta e magra, un po' curva per gli anni ma sempre elegante, come i suoi tailleur senza tempo e il suo sorriso radioso. Stasera siamo tornate a casa insieme e abbiamo avuto modo di parlare più a lungo; ho scoperto che dietro quel sorriso ci sono tante sofferenze, portate con dignità e ferma sopportazione. Sul portone mi ha detto: "Diamoci del tu." E così adesso siamo amiche.
Anche lei in fondo è un po' come i pezzi di questa sera: vecchie conoscenze che ci possono stupire, se solo ci fermiamo ad ascoltarle meglio...
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